Raggiunto e superato: lo spettro del quorum per i referendum sardi si è dissolto a tarda notte. La consultazione è quindi valida, per province nuove e stipendi dei consiglieri il destino è segnato. La boa da toccare e doppiare nell’unica giornata di voto era ferma al 33 per cento dei voti e ieri alle 22, a urne chiuse, è andato a votare il 35,5 per cento degli elettori. Un terzo, poco più, pari a 525.651 su un totale di 1.480.366. Affluenza al 24,75 per cento alle 19, a mezzogiorno appena il 7,81: percentuali da giornata al mare, anche se la pioggia imperversava da nord a sud dell’Isola.
Un risultato non scontato e sul filo del rasoio che si giocava tutto sulla partecipazione al voto promossa dal comitato referendario e cavalcato dallo stesso governatore Ugo Cappellacci (Pdl) e soprattutto sulla battaglia per l’esistenza delle province vecchie e nuove. Chi ha votato lo ha fatto per il sì e per spazzar via gli enti intermedi: lo spoglio iniziato alle 7 di questa mattina procede a rilento per il numero delle schede. All’una il quorum è stato raggiunto per tutti i quesiti e quando sono state scrutinate più del 30 per cento delle sezioni, in tutto 1826, la maggioranza è compatta: oltre il 96 per cento ha barrato la casella per l’abrogazione. Più incertezza sulle vecchie province (in questo caso il quesito è consultivo): il sì è fermo al 68 per cento, ma si tratta di dati parziali. Plebiscito anche per la riduzione del numero dei consiglieri regionali e per riformulare il loro stipendio.
Quattro dei dieci quesiti sono infatti centrati sulla cancellazione di quelle istituite appena nel 2004:Ogliastra, Medio Campidano, Olbia Tempio e Sulcis-Iglesiente. Uno per ciascuna che chiede di abrogare le rispettive leggi regionali che le hanno istituite; un quinto, solo consultivo, punta sulla soppressione delle province cosiddette storiche (Cagliari, Sassari, Oristano e Nuoro). Probabilmente ognuna finirà il proprio mandato, il personale sarà riassorbito, niente più consiglieri e giunta. Con una redistribuzione dei comuni che sarà ostica. E un percorso che andrà avanti a suon di carte bollate e norme.
Gli altri quesiti di supporto chiedevano la cancellazione dei consigli di amministrazione degli enti regionali, l’elezione diretta del presidente della Regione, un nuovo Statuto sardo, la riduzione del numero dei consiglieri regionali (dagli attuali 80 a 50) e soprattutto la modifica della loro indennità mensile (una delle più alte d’Italia, pari a 12mila euro al mese). Per cui si chiede l’abrogazione di una norma.
L’antipatia dei sardi per i referendum arriva da lontano e nonostante la popolarità (per molti il populismo) dei temi il quorum è stato un dilemma. E non ha aiutato nemmeno il mancato Election Day, l’accorpamento con le amministrative, spostate ulteriormente a giugno. In passato le consultazioni sono state invalidate per la scarsa partecipazione: nove anni fa, anche allora era maggio, era stato vano il referendum che chiedeva proprio il parere sull’istituzione delle tanto contestate quattro nuove province (partecipazione al 15 per cento). E solo la questione nucleare con una massiccia campagna, un anno fa, è riuscito a trascinare il 59,34 per cento degli elettori.
Un ottimo risultato quindi per un voto ad ostacoli, promosso dal comitato referendario, da più di cento sindaci e soprattutto dai Riformatori sardi, nonché dalla stessa giunta regionale. Tam tam sul web e tanto silenzio e qualche intellettuale, come la scrittrice, Michela Murgia, che si è schierata per l’astensione. L’accusa condivisa dei disertori è quella sui principali promotori che fanno parte di quella casta tanto odiata. I partiti anche di opposizione hanno storto il naso e non hanno dato fino all’ultimo indicazioni di voto, se non singole posizioni. Lo stesso Pd si è presentato diviso all’interno: quasi a tre teste. Chi favorevole al voto e al sì come l’ex governatore Renato Soru e il vicepresidente del consiglio Mario Bruno, chi assolutamente contrario come il consigliere regionaleChicco Porcu, chi incerto. Lo stesso coordinatore di Sel, Michele Piras, in campo per difendere le province e quindi schierato per il no.
L’esercito schierato in difesa degli enti intermedi è trasversale. E ha il suo centro gravitazionale attorno all’Unione province sarde. Che, insieme ad altre province, e al suo agguerrito rappresentante, Roberto Deriu (Pd) già presidente della provincia di Nuoro ha presentato ben tre ricorsi tra tar e tribunale amministrativo per vizi di procedura. L’ultimo a due giorni dalla fatidica data, tutti respinti con relative spese legali da pagare. “Le riforme – ha dichiarato – non si fanno con l’abrogazione delle leggi”. Per Federico Palomba, parlamentare e segretario regionale Idv il risultato del voto: “È un’intimazione di sfratto alla classe politica sarda di maggioranza, che avrebbe potuto e dovuto fare le riforme antisprechi ed anticasta e non le ha fatte”.
Chi ruota attorno ai piccoli e nuovi enti intermedi teme per il futuro e contesta il mancato risparmio. E l’inerzia dei rappresentanti regionali. Non per nulla l’affluenza più bassa che non raggiunge nemmeno il quorum si registra proprio tra gli elettori di Olbia-Tempio, dove ha votato il 26,85% degli elettori, tra quelli d’Ogliastra (28,75%) e di Carbonia Iglesias (31,53%). Diverso il caso del Medio Campidano in cui si registra il record del 42 per cento di affluenza. Qui la provincia con i suoi presunti sprechi sta stretta a molti: tra due giorni inizia il processo contabile a carico del presidenteFulvio Tocco e il direttore Nicola Sciannameo. Ai due la Corte dei conti contesta 36mila euro utilizzati, pare inutilmente, per la ricerca dei tartufi tra carciofaie e orti del Medio Campidano.
Alla curiosa percentuale fa riferimento l’ex assessore all’Agricoltura Andrea Prato diventato regista teatrale pro referendum con il personaggio Onorevole Sciupone: “Complimenti ai referendari del Medio Campidano che hanno messo a nudo le colpe di Sciupone Tocco, convincendo la gente a rinunciare alla propria nuova provincia”. Soddisfatto anche Cappellacci: “I cittadini si riappropriano degli spazi della politica e danno essi stessi impulso a una stagione di cambiamento non più rinviabile che deve coinvolgere tutta la politica e l’intera società sarda”. La stessa posizione del vicepresidente del Consiglio regionale e coordinatore dei Riformatori sardi, Michele Cossa: “È un grande risultato, la Sardegna ha risposto e chiesto il cambiamento”, osserva. E il comitato già chiede le teste dei presidenti delle province: “Dimissioni subito”.
(fonte il fatto quotidiano)

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